venerdì 24 settembre 2021

Gli imperdibili: In Style di David Johansen

 David Johansen è un personaggio straordinario, non solo perché ha fatto la storia del rock con le New York Dolls, ma anche perché è stato capace di reinventarsi più di una volta, anzi, esattamente tre.

La prima reinvenzione è stata iquando decise di intraprendere una carriera solista certamente influenzata dal suo passato con le "bambole di New York" ma che ha anche toccato ambiti musicali molto lontani dal glam/punk rock della precedente band. Poi, sotto le mentite spoglie di Buster Pointdexter, si è vestito dei panni del Crooer, toccando ambiti musicali del tutto diversi. Infine negli anni 2000 ha pubblicato un paio di dischi fra il country ed il folk, per ritornare a cantare i vecchi brani dei Dolls in compagnia dell'unico altro sopravvissuto Syvain Sylvain.

Qui ci occupiano della seconda parte di carriera di David, ed in particolare del disco In Style, pubblicato nel 1979, dopo l'uscita del primo omonimo album.Seppure anche  il  primo disco ed il successivo Here comes the night siano lavori di ottimo livello, personalmente la palma di migliore la concedo a In Style (e al live Live it up, anche se i dischi dal vivo sono un discorso a parte). La ragione di questa mia scelta, del tutto soggettiva, è forse anche dovuta al fatto che è stato, credo, il primo disco di Johansen da me comprato, ne raccattai una copia usata nel mitico negozio Metropolis, allora situato in via Padova a Milano (ancora resiste, solo si è spostato di qualche metro) al prezzo di lire 7.500 (non ho una memoria straordinaria, semplicemente è ancora appiccicata l'etichetta). In larga parte però quello che me lo fa preferire è la varietà degli stili musicali che compongono il disco. Si parte con Melody, un pezzo molto orchestrato, una sorta di rock sinfonico, se così si può definire. A seguire il rock decisamente "dollsiano" di She, un pezzo che ti lascia senza fiato. Col terzo brano, Big City, iniziano le sorprese vere, si tratta di un  brano da "big orchestra", in cui si intravede la via che David percorrerà successivamente come Buster Pointdexter. She Knew she was falling in love, è un pezzo con cadenze un po' reggae ed un po' latineggianti, molto gradevoli, mentre Swaneto Woman è un brano decisamente pop, diciamo che non è il brano migliore del disco. La seconda facciata (o sesto brano nella versione Cd) si apre con Justine, una bellissima ballata romantica, uno dei vertici del disco, ma le smancerie non durano molto, perché il brano successivo è la title track In style, e di nuovo le atmosfere sono quelle dei New York Dolls, un rock potente e primitivo che spinge a muovere i piedi e ad agitarsi sulla poltrona. You touched me too è un' altra ballata con armonica ed un ottimo arrangiamento, mentre Wreckless Crazy è di nuovo un brano rock, veloce e audace.

La chiusura è affidata a Flamingo road, un'altra ballante, drammatica e toccante, che chiude degnamente un gran disco, il cui livello è giusto abbassato da Swaneto Woman, la cui presenza nel disco può essere giustificata dalla volontà di Johansen di toccare ambiti musicali disparati, seppure l'impronta rock sia quella prevalente. Per quanto mi riguarda questo è un disco imprescindibile, e se vi piacesse vi consiglio di comprare o ascoltare anche gli altri. Non dovreste rimanere delusi.




mercoledì 3 febbraio 2021

Blast from the Past : spirit of 76' By The Alarm

Oggi parliamo di  The Alarm, uno dei gruppi più sottovalutati della scena rock degli anni 80, che vengono ritenuti mitici per le ragioni sbagliate (principalmente di tipo nostalgico) e non per quei gruppi che, soprattutto nella prima parte, quando l'ondata di rinnovamento originato dal Punk e dai suoi innumerevoli derivati non si era ancora spenta del tutto ma alimentava il fuoco della creatività artistica. 

Ecco  che in quel marasma creativo all'inizio dei faboulous eighties spunta in quella arida e dura regione chiamata Galles un quartetto di ragazzotti, decisamente spettinati, che mischiano con sapienza e potenza la energia brutale dei Clash, il lirismo di Springsteen,  la forza degli WHO, non dimentichi della lezione del Maestro Bob Dylan, proponendo un decisamente innovativo mix di punk, folk e rock. Nonostante  i critici non li abbiano mai presi troppo sul serio, forse per la troppa lacca nei capelli e per la sofisticata ricerca del look, e li abbiano accusati indegnamente di essere solo dei "riscaldatori di minestre" (bestemmia da punire con il taglio delle mani!) in realtà Gli Alarm hanno saputo proporre una musica fresca ed energetica, che soprattuto dal vivo raggiungeva vette non facilmente raggiungibili dai comuni mortali. Forse l'unico difetto di questa band è stata di non riuscire a raccogliere nei dischi di studio tutta questa potente eneriga e freschezza, ma ciò non toglie che i loro dischi, soprattutto i primi due, e a mio avviso anche l'ultimo, sono decisamente dischi dignitosissimi, e diciamo pure imperdibili per chiunque sia un degno seguace del rock'n'roll.

 
 
Spirit of 76, tratto dal loro secondo album,  Strenght,  uscito nel 1985, è una lunga ballata quasi springsteeniana, dove si ricordano i vecchi tempi, la storia di un gruppo di amici, la caduta delle illusioni, come il tempo abbia scavato un solco fra tutti loro portando amarezza e dolore, al posto della "terra promessa" della felicità.
Tuttavia in questa disperazioneil cantante Mike Peters, trova un raggio di luce: "Peter i cui sogni si sono realizzati" ma "per uno che riesce sono molti a cadere" però vale la pena "lottare con tutte le forze, costruirsi un futuro con le proprie mani!" 
Una canzone nostalgica e sulla disillusione, ma anche sulla forza di resistere, di andare avanti, di proseguire il cammino, costi quel che costi. 
Una di quelle canzoni che parlano al cuore ed alla mente, e che, ancora dopo così tanti anni, mi commuove ed emoziona.


venerdì 15 gennaio 2021

Ho detto Bond, James Bond ovvero viaggio fra le colonne sonore dell'agente segreto più famoso del mondo

 Tra pochi mesi uscirà (diciamolo; speriamo che esca ) il nuovo James Bond dal titolo No time to die. Come sempre il film ha una colonna sonora, e come sempre c'è un'artista od un gruppo a cui è affidato il non facile compito di scrivere o interpretare il brano principale, quello che a cui sarà legato il ricordo, quantomeno musicale, del film, ovviamente con relativo video. 

Scrivere un brano per i film di James Bond non è facile, per diversi motivi. In primis si finisce, come peraltro vale anche per i Mondiali di calcio o le Olimpiadi, sulla bocca di tutti, anche di chi magari non è proprio un esperto od un fan di quell'artista, quindi bisogna sapere accontentare un po' tutti i gusti. Tuttavia, a differenza dei sopracitati avvenimenti, che dopo un mese si concludono, un film rimane per sempre, nel bene o nel male, può essere rivisto anche a distanza di anni e decenni, e così la sua colonna sonora. Ed infine, cosa più importante, una canzone che accompagna un film di James Bond deve avere un certo fascino un certo tipo di sonorità un po' retrò, anni 50  o giù di lì, deve avere una forza evocativa nel testo ed una interpretazione vocale all'altezza.

Per quest'ultima fatica dell'agente segreto più famoso del mondo l'onore e l'onere è capitato alla emergente e strombazzatissima Billie Eilish, che se l'è cavata tuttosommato bene, come possiamo vedere dal video.

E' vero che la canzone manca di vivacità, forse non è così trascinante come ci si aspetterebbe da un brano che fa  da accompagnamento a  quello che, alla fin fine, è un film d'azione. Tuttavia bisogna anche riconoscere che il mood sonoro è quello giusto, con quel tanto di gusto retrò che ci vuole, e che in altre interpretazioni viceversa è mancato. Infine, e non per ultimo, l'interpretazione canora è sublime, e sicuramente dà qualcosa in più rispetto ad altre.

Tuttavia non è questa la migliore colonna sonora di un film di James Bond. Andando indietro nel tempo bisogna ammettere che molti si sono cimentati, ma spesso hanno fallito,  o almeno non hanno del tutto soddisfatto, anche nomi blasonati,come Tina Turner, che per Golden eyes  non riuscì ad andare oltre ad un brano decententemente orchestrato, ben interpretato, ma privo di vero pathos. Anche Alicia Keys e Jack White,  improbabile copia assoldata per Another Way to die firmarono un brano che avrebbe dovuto unire soul e rock mantenendo lo stile anni 50, ma non ruscirono ad andare oltre ad una canzone che per molti verso risulta essere un pasticcio kitsch e solo a tratti risulta convincente-

Certo è tutto grasso che cola in confronto ai mai troppo denigrati Duran Duran  che per A View to a  Kill produssero un brano totalmente insensato, peraltro adeguato ad uno dei film meno riusciti. Ai poco conosciuti Gladys Knight toccò musicare License to Kill, ma dovremmo dire che agli spettatori toccò ascoltare la loro noiosissima composizione, e peraltro continuarono a rimanere poco conosciuti anche dopo di ciò, e qualche ragione ci sarà stata, credo...

I Garbage andarono vicino a centrare l'obiettivo con  The World is not Enough. L'atmosfera era quella giusta, gli archi ed i violini c'erano, tutto sommato anche la canzone c'era. La cosa che non funziona del tutto è però l'interpretazione di Shirley Manson, che appare vocalmente troppo limitata, e soprattutto nell'arrangiamento, condito di troppe percussioni elettroniche e appesantita da troppi strumenti che finiscono col rovinare l'ascolto rendendolo dopo un poco piuttosto pesante. 

A questo punto vi chiederete:ma  allora non c'è nessuno che abbia fatto qualcosa di soddisfacente? Per fortuna qualcuno c'è. Abbiamo detto che la colonna sonora di 007 deve avere un gusto retrò per risultare riuscita. E chi, meglio di Adele, poteva riuscire nell'impresa?  E difatti la cantante inglese con Skyfall. uscito nel 2012 riuscì nell'impresa confezionando un brano praticamente perfetto, o quasi. Vedere (ed ascoltare) per credere 

Tuttavia, per quanto il brano rispecchi quelli che devono essere i parametri che abbiamo stabilito, forse c'è chi ha fatto anche meglio.

 Se Billie Eilish è sul terzo gradino del podio ed Adele sul secondo chi sarà sul primo? Bene prima di svelare il nome del vincitore (o vincitrice) penso ci sia spazio per una "onorevole menzione" ovvero un brano che, pur essendo validissimo, non rientra del tutto nei parametri a cui mi sono attenuto. Ed ecco che  questo riconoscimento va al compianto Chris Cornell, che scrisse un brano rock dal titolo "You know my name" scritta per Casino Royale del 2007 , che certo non può rientrare nei parametri musicali sopra descritti, e tuttavia non si può negare sia un bel brano riuscito, con quel tanto di nostalgia ed una buona dose di adrenalina che è indispensabile per un film d'azione 



E arriviamo al vincitore, o meglio Vincitrice, che per me è senza ombra di dubbio Sheryl Crow, che, per Tomorrow never dies, tirò fuori dal cilindro il brano perfetto. Fin dalle prime note si capisce che qui si fa sul serio.

In effetti i primi 16 secondi di apertura sono esattamente quello che ci si dovrebbe aspettare dalla colonna sonora di un film di James Bond: la preparazione a qualcosa di misterioso e travolgente che accadrà da lì a poco. E dopo lo sparo di prammatica (ma non sempre c'é) la voce suadente, dolce e sexy di Sheryl arriva al momento giusto per convincerci definitivamente che quella é la canzone di James Bond, senza se e senza ma. Ed il brano  si sviluppa come da copione, con la voce di Sheryl che ci accompagna tenendoci per mano, dentro sensazioni uniche, in un crescendo affascinante e stordente.



Questa almeno è la mia personalissima classifica, voi fate la vostra.




sabato 9 gennaio 2021

Recensione: Plastic Heart di MIley Cyrus


 La piccola Miley, già star della Disney nella seconda metà della decade precedente, è cresciuta. Non sto intendendo sul piano fisico e della età, questo è del tutto ovvio, ma artisticamente. Lo si era visto già nei precedenti dischi,  in particolare Forever Young, ma questo è ancora più chiaro dall'ascolto attento dell'ultimo Plastic Heart, il cui unico difetto è che avrebbe potuto essere anche migliore.

In questo disco Miley rende più esplicito l'amore che ha da sempre dimostrato verso certo rock anni 70-80, e che si concretizza in un paio di duetti con nomi importanti di quell'epoca, ovvero Billy Idol e Joan Jett. Beninteso la musica di Plastic Heart di base è sempre pop, e sovente dance, ma è indubbio che siano ben presenti e riconoscibili elementi di rock sparsi qui e là come le spezie su un arrosto, non sono la base del piatto ma ne costituiscono un elemento capace di dare un certo gusto e retrogusto piacevole (magari con un vino adatto..)

Il disco si apre con WTF i Know, un pezzo  che utlizza un impianto musicale abbastanza classico nel repertorio di Miley, una base dance a cui si sovrappone un arrangiamento più rock nel ritornello. un discreto pezzo. Meglio il secondo pezzo, la title track Plastic Heart, più vicina ad uno stile pop-rock di impianto classico, molto gradevole ed anche trascinante, in cui si distingue un buon assolo di chitarra elettrica nel bridge. Il terzo pezzo Angels Like you, è invece una ballata che inizia in modo quasi timido, per poi crescere man mano e ricorda il materiale del precedente FOrever Young. Prisoner propone un duetto con l'emergente star della nuova dance Dua Lipa, ed è sicuramente il dbrano dal maggiore appeal commerciale, e bisogna dire che assolve senza problemi il suo ruolo, anzi direi che è meglio del prevedibile. Esiste anche una versione rock che è semplicemente travolgente ed è un peccato non sia stata offerta al pubblico (almeno in questa edizione del cd). Gimme what I want per quanto mi riguarda è di sicuro il brano meno riuscito ed interessante del disco. L'arrangiamento risulta piuttosto pesante, e la canzone abbastanza strasentita, diciano sullo stile di ciò che ha prodotto Lady Gaga negli ultimi 12 anni. 

Per fortuna subito dopo  giunge Night Crawling, ovvero il duetto con Billy Idol, ed è letteralmente un'altra musica. Batteria pesante, tastieroni e chitarre ruggenti, nulla da invidiare ai brani  fra il punk ed il pop che hanno reso famoso Bily nei promi anni 80. Il duetto fra i due è poi pura materia incandescente. Decisamente sì. Il cd da qui compie come un salto di qualità. Ed ecco Midnight Sky, dalle atmosfere suadenti ed avvolgenti, seguita da High, una ballata in stile country, come quelle degli ormai lontani esordi di Miley, uno stile che, a mio modesto avviso, le si addice totalmente. Anche la successiva Hate me è una ballata seppure con uno stile più moderna e, nondimeno è riuscitissima. A seguire l'altro duetto con Joan Jett che, però, rispetto a quello con Billy Idol mi pare meno riuscito, ritornello carino e orecchiabile, ma la parte della strofa la trovo decisamente rivedibile, Never Be me è un'altra ballata, forse un po' scontata, ma sicuramente gradevole ed orecchiabile. Chiude il tutto Golden G Strings, un'altro brano lento ma dalle caratteristiche diverse dai precedenti. 

In conclusione si tratta di un'ottimo album, guastata da un paio di canzoni non del tutto all'altezza, che certo non rappresenta un capolavoro assoluto della musica pop, ma che di sicuro assicura un gradevole ascolto riservando anche alcune sorprese. Rimane il dubbio, avendo ascoltato alcuni inediti, che il disco avrebbe potuto essere anche migliore.

Voto 8,5


venerdì 4 dicembre 2020

5 canzoni per i giorni di pioggia

 Piove piove piove, ed in montagna nevica anche. Per sopravvivere a queste giornate uggiose, tristanzuole e prenatalizie, e senza tirare in ballo altri motivi che ben conosciamo, bisogna rivolgersi alla nostra amata musica rock, o Pop  se preferite, per avere un po' di consolazione, se non di allegria.

Ed ecco 5 canzoni che possono farci digerire meglio il cattivo tempo ed il freddo.

La prima non può essere che questa strabordante cover di un vecchio brano  da parte della Ex Spice Girl Gerry Halliwell che,  citando Flashdance, inneggia alla pioggia ...di uomini !  

It's raining Men

A molti la pioggia induce un senso di tristezza, ma c'è anche chi invece non solo la gradisce, ma addirittura è felice solo quando piove, come Shilrey Manson dei Garbage.   

Only Happy when it rains

Un'altra canzone famosa che parla di pioggia, o meglio, di gocce di pioggia, è la celeberrima Raindrops keep falling on my head, scritta da Burt Bacharach per la colonna sonora del film western Butch Kassidy, interpretato da due giganti come Paul Newman e RObert Redford, canzone che si guadagnò un Oscar

Hai mai visto la pioggia? si chiedevano una quarantina di anni fa i Creedence Clearwater Revival, e la risposta è sì, l'abbiamo vista, decisamente. La canzone è, ancora oggi, da brividi, e non solo per il freddo e l'umidità.. 

Have you ever seen the rain

I Creedence dovevano essere degli appassionati di meteoreologia, oppure ai loro tempi doveva piovere veramente tanto, perché dopo averla vista cadere si chiedevano, "chi fermerà la pioggia"? anche se, forse, non si riferivano alla pioggia di acqua, il più delle volte benigna e necessaria, ma alla pioggia come metafora della distruzione nucleare. Ma lasciamo da parte certi pensieri e godiamoci la canzone 

Who'll stop the rain







giovedì 3 dicembre 2020

Recensioni: Smile di Katy Perry


 Quinto disco di Katy Perry  (ma sesto se consideriamo il disco uscito sotto il suo vero nome di Katy Hudson nel lontano 2002) Smile si pone in un modo alquanto enigmatico nella discografia della cantante  e autrice californiana. Partita dal pop-rock di One of the Boys per approdare a lidi decisamente più pop nei successivi Teenage Dream e Prism, per poi virare verso una versione più dance con il problematico Witness, ora Katy, da poco diventata madre, sforna un lavoro che, pur essendosoto il profilo strettamente musicale un proseguio di Witness, se ne differenzia sul piano dei contenuti, e lascia intendere un possibile sviluppo verso altre direzioni, anche perché è difficile pensare che una carriera così piena di sorprese e cambiamenti possa fermarsi in uno stile.

Il disco si può dividere in varie tematiche che vengono affrontate, che possiamo dividere in 4 categorie: Amore, Resilienza, Autoaffermazione e Gioia. Ecco, la cosa che più emerge dall'ascolto del disco è questa atmosfera non semplicemente e magari supeficialmente allegra, ma sintomo di una felicità raggiunta, una completezza data anche dalla maternità e dall'aver raggiunto un equilibrio come personale. Seppure personalmente ho sempre amato la prima versione di Katy Perry, e diciamo pure che seppure né Witness né questo disco mi soddisfino del tutto dal punto di vista della veste musicale, non si può negare che questo disco sia un disco "felice", che sprizza ottimismo e gioia di vivere, pur nelle difficoltà e nella complessità del mondo moderno, come nell'emblematica "It's not the end of the world" uno dei pezzi migliori   Daisy, Resilient, Champagne Problems, evidente omaggio alla dance fine anni 70. la ipnotica Harleys in Haway, la coinvolgente Cry about it later, e la ballata finale What makes a Woman si segnalano tra le canzoni più valide .  Il senso del disco, come anche della copertina, a mio modo di vedere molto azzeccata, si può trovare nella consapevolezza che, anche se la vita può darci motivi di tristezza e malinconia, bisogna sempre trovare la forza, la resilienza dentro di noi, per tornare a sorridere , senza piangerci addosso.

 In definitiva un disco tutt'altro che disprezzabile, e spiace l'insuccesso che ne ha caratterizzato il percorso commerciale, ma forse potrebbe anche essere un bene, che potrebbe spingere Katy a regalarci quel disco acustico promesso anni fa, e che stiamo ancora aspettando.

voto 8

venerdì 27 novembre 2020

Recensioni: Album no 8 di Katie Melua

 Katie Melua è una delle cantanti più brave e sottovalutate degli ultimi 20-30 anni. Dal 2004 ad oggi ha sfornato la bellezza di 7 album, sempre muovendosi con grazia ed infinito stile fra vellutate atmosfere jazz sprazzi di blues, escursioni nel folk (particolarmente nel cd In Winter) e rari esperimenti pop o rock, senza mai praticamente deludere, persino i suoi dischi più deboli (per quanto mi riguarda House. Questo album, semplicemente titolato Album no 8,  è un ulteriore passo in avanti. Ormai emancipatasi dalle ali del pigmalione Mike Batt, Katie sembra essersi indirizzato verso un suono acustico, magari supportato da un accompagnamento orchestrale raffinato e mai banale, lasciando da parte atmosfere jazz e blues. A mio modo di vedere questa è una mossa vincente, non ho mai trovato la sua voce, peraltro tecnicamente perfetta, particolarmente adatta a quello stile, mentre nelle ballate acustiche o melodiche, la sua voce dolce e suadente è la vera ciliegina sulla appetitosa torta musicale. Torta musicale composta da 10 canzoni quasi tutte di notevole bellezza, tra cui si segnalano English Manner, Airtime, Joy, you longing is gome, e che tocca il vertice nella meravigliosa Headin Home,  canzone sulla necessità del tornare a casa e ritrovare i propri affetti. Un disco suadente il cui ascolto è ideale per riprendervi dopo una dura giornata lasciandovi cullare dalle note e dalla voce di Katy. Magari manca qualcosa per farne un capolavoro, ma in fondo non è poi così importante.

Voto : 9

venerdì 30 ottobre 2020

Avril Lavigne - My Happy Ending (virtual concert, October 24, 2020)

Avril Lavigne non si ferma, non l'ha fermata la malattia di Lyme , non la sta fermando nemmeno la maledetta pandemia chiamata covid 19: insieme ad un gruppo di artisti americani e canadesi ha organizzato un concerto virtuale, cioè senza pubblico, per raccogliere fondi per la cura della malattia di Lyme. Ha eseguito alcune canzoni, oltre ai classici anche 3 canzoni dall'ultimo, eccellente album "Head above Water, tra cui l'inedito Birdie. Ma mi piace andare sui classici ed ecco quindi la sempreverde "happy Ending" sperando vi sia una finale felice per tutti noi

sabato 24 ottobre 2020

Katie Melua - Heading Home (Official Audio)

 

Katie Melua ha  sempre realizzato ottimi dischi da quando è in attività, esattamente sette. Ed eccola quindi in questo disgraziato anno a realizzarne uno nuovo, che si chiama, manco a dirlo, Albun number eight, ovvero Album numero otto, resuscitando una tradizione che vedeva nei Led Zeppelin ed in Fabrizio de ANdrè i maggiori rappresentanti, ovvero la tradizione di chiamare l'album con un semplice numero al posto di un impegnativo titolo. Facezie a parte mi pare che il disco contenga canzoni tranquille e rilassate, l'ideale per questo periodo travagliato. Tornerò a parlare prossimamente più nel dettaglio, per il momento godiamoci questa canzone estratta dall'album (numero otto !)

mercoledì 21 ottobre 2020

The Struts, Phil Collen, Joe Elliott - I Hate How Much I Want You

 

Questo periodo post pandemia(o ante-pandemia non si capisce più niente!) è caratterizzato da moltissime novità. In realtà sono io che sono rimasto indietro per via della mia pigrizia e non ho aggiornato questo fantastico blog, troppo perso nelle pieghe degli infami ed inutili social per dedicare tempo alle cose che realmente mi interessano.

Tra le tante novità, di cui aggiornerò col tempo, ecco il gruppo inglese the Struts, che dopo il bel concerto di Milano da me recensito, torna alla mia attenzione con varie track, tratte dal loro prossimo lavoro in uscita che si chiama...come si chiama? beh in qualche modo si chiamerà! Questo brano mi pare che abbia tutte le carte in regola per sfondare, o almeno per "spaccare" Riffone di chitarra, batteria potente, assolo di chitarra e cori da pub. L'ideale con una bella rossa, intendo dire la birra, che avete capito!

martedì 20 ottobre 2020

Salvati dal passato: Drain the Blood dei The Distillers

 

Metà degli anni 2000: Il punk stava vivendo un momento imprevisto di glorificazione e persino successo commerciale. Dato per morto dalla gran parte dei suoi protagonisti degli anni 70 e ridotto ad una specie di parodia underground, fatta di rumore ed estremismo musicale e politico fine a se stesso, a metà degli anni 90 risorge grazie fondamentalmente ai Green Day che gli restituiscono l'anima pop. Ed è subito una esplosione di gruppi dai No Doubt ai Sum41. Uno degli ultimi gruppi a salire sul treno, quando forse ormai era passato, sono la band dei Distillers. Capitanati dalla sexy Brody Dalle, che ha tutto, dal fisico, ai tatuaggi a (soprattutto ) la voce, per interpretare in modo convincente il ruolo che ricopre, il gruppo produce un ruvido ma alle volte anche melodico rock'n roll (il punk è rock'n roll allo stato puro, finiamola con le cazzate snobistiche !). Questo video è in qualche modo il loro manifesto ed ilustra perfettamente tutti i luoghi comuni del "genere": periferia di una (grande?) città, il ragazzi entrano nel sottosuolo (underground) attraverso il tombino, come se scappassero da qualcuno o qualcosa, in puro stile 1997 fuga da New York.  L'inquadratura degli occhi di Brody che lo richiude è iconica. Ed iconica è pure l'inquadratura delle chiappe sode della stessa la scena successiva. Da lì è solo puro rock'n roll senza orpelli nè giustificazioni intellettuali.


giovedì 4 giugno 2020

Capolavori sottovalutati

Ci sono canzoni che sono famosissime, altre meno. Tra le canzoni famosissimi, o famose, un buon numero viene considerato, non sempre giustamente, un capolavoro. Ma sono sicuramente molte di piùle canzoni non troppo o per nulla o non abbastanza famose, ed è quindi molto più probabile che fra queste ci siano capolavori che pochi o non abbastanza conoscono ed apprezzano. Mi sono messo a scegliere alcune di queste canzoni, cercando di non essere ripetitivo nella proposta degli artisti e dei generi, Ecco una prima scelta con tre canzoni tre

e iniziamo dalla A di Avril, (o dalla L di Lavigne non ha molta importanza) How does it feel è un brano facente parte di Uder My Skin, secondo lavoro della cantautrice canadese, lavoro più maturo e dark del disco di esordio. Questa canzone, a differenza della maggior parte delle canzoni dell'album ha melodie molto suadenti, quasi sognanti, ed è una sorta di scoperta del mondo esterno, quasi un viaggio di formazione dentro le proprie emozioni e pensieri. Stupendo

I'm not down da quel fottuto capolavoro che è London Callling. In quell'album ce ne sono almeno una dozzina di canzoni sottovalutate, (beè sono 18 in tutto) ma ho sempre avuto un debole per questa:
cambi continui di ritmo, assoli, la voce di Mick Jones e un grande testo che ti tira su il morale
Willy De ville, magari più conosciuto come Mink De Ville (quello è il nome del gruppo, un poco come gli Alice Cooper che non è il nome del cantante) personaggio grandissimo ma totalmente sconosciuto al grande pubblico, Ma lasciate stare che sembri Capitan Uncino, lasciate stare che non l'avete mai sentito prima. QUesta è pura poesia Punto

domenica 3 maggio 2020

Picks of the week

Forse il mondo si è fermato ma il rock'n roll non viene fermato neppure dalla quarantena
Ed ecco quindi una carrellata di nuove canzoni o magari semplicemente di canzoni in nuova veste.
E partiamo dagli Evanescense, in gran forma con questa Wasted on you
Non è una nuova canzone, anzi è un classico degli anni 80, ma viene qui riproposto dal buon Billie Joe Armstrong dei Green Day con tanto di partecipazione di Miss Susanna Hoffs, cantante e chitarrista delle band delle Bangles, a cui si deve appunto il brano di cui stiamo parlando: Manic Monday
Ed infine un'altra canzone non nuovissima, anche se piuttosto recente
Stiamo parlando di Warriors di Avril Lavigne, qui cambiata in We are Warriors, e dedicata a tutti gli operatori sanitari (e non solo ) impegnati nella quotidiana lotta contro la pandemia.
Nel video sono inseriti video di fan che testimoniano la nostra lotta quotidiana, molti di questi arrivano dall'Italia.